Polkadot: la blockchain di prossima generazione

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Polkadot è decisamente un progetto pronto ad esplodere in tutto il suo potenziale!

Dando un’occhiata alla sua “white paper”, si legge che Polkadot è un protocollo blockchain di prossima generazione, che unisce un’intera rete di blockchain costruite con diverse finalità, permettendo a tutte loro di operare insieme ed in scala!

In pratica si tratta di una piattaforma costruita per offrire soluzioni di inter-operabilità e di scalabilità a quelle blockchain che sono costruite su di essa.

Menti brillanti dietro la sua realizzazione, soluzioni originali a problemi fondamentali quali scalabilità, governance ed interoperabilità, eliminazione del possibile problema derivante da un fork, in una sola parola: POLKADOT

  1. Si tratta di una sfida avvincente, soprattutto perchè inter-operabilità e scalabilità rappresentano due dei principali problemi che le reti blockchain devono affrontare ogni giorno:
  • scalabilità: perchè le reti sono piene e lente, e nelle condizioni attuali non ci si può aspettare che possano realisticamente raggiungere la portata e l’efficienza richieste per essere utilizzate su scala mondiale;
  • interoperabilità: perchè la blockchain funziona come un sito indipendente, ed è spesso difficile trasferire informazioni e valore da una all’altra.

Polkadot è capace di risolvere questo problema, perchè è una rete realizzata dalla connessione di blockchain separate. Connette diverse blockchains insieme in una sola rete, permettendogli di processare transazioni in parallelo e di scambiare dati tra le catene.

Non è finita, c’è un ulteriore aspetto che i realizzatori di Polkadot stanno cercando di attaccare: la governance (governabilità. Questa rappresenta un’altra importante considerazione, perchè una mancanza di governabilità significa che gli utenti non possono aderire a futuri cambi relativi al codice del progetto; i meccanismi con cui è stato costruito Polkadot permettono ai suoi utenti di votare relativamente a cambiamenti ed aggiornamenti.

Il “white paper” originale relativo al progetto Polkadot fu rilasciato nell’Ottobre del 2016 dal dottor Gavin Wood; per quelli di voi che non hanno mai sentito il suo nome, Gavin Wood è stato anche uno dei co-fondatori di Ethereum, ed è l’inventore del Solidity Smart Contract Language, quindi possiamo dire con tranquillità che sembra sapere molto bene quello di cui parla. Nel 2017 Dr. Wood è stato anche il co-fondatore della Fondazione Web3, una organizzazione no profit che supporta la ricerca e lo sviluppo della rete Polkadot.

Senza voler scendere troppo nei dettagli, un piccolo approfondimento tecnico per i lettori più avventurosi: a) “relay chain” costituisce il cuore di Polkadot, responsabile della sicurezza condivisa della rete, del consenso e dell’inter-operabilità tra le catene; b) “parachains” sono le blockchains sovrane che possono avere i loro propri token ed ottimizzare le loro funzionalità per casi specifici; c) “bridges” consentono a parachains e parathreads di connettersi e di comunicare con reti esterne come ad esempio Ethereum e Bitcoin.

Riguardo alla scalabilità, tutto fa riferimento al concetto di “sharded blockchains”, ovvero di blockchain suddivise, che permettono di processare più transazioni contemporaneamente in parallelo, e non singolarmente come nei sistemi tradizionali prima di Polkadot; questo significa inoltre che, anche qualora una delle parachains fosse completamente satura, non avrebbe ripercussioni sulla capacità delle altre parachains di continuare il proprio lavoro. Questo è uno dei motivi per cui anche Ethereum sta migrando verso un sistema suddiviso con Ethereum 2.0.

Riguardo alla scalabilità, tutto fa riferimento al concetto di “sharded blockchains”, ovvero di blockchain suddivise, che permettono di processare più transazioni contemporaneamente in parallelo, e non singolarmente come nei sistemi tradizionali prima di Polkadot; questo significa inoltre che, anche qualora una delle parachains fosse completamente satura, non avrebbe ripercussioni sulla capacità delle altre parachains di continuare il proprio lavoro. Questo è uno dei motivi per cui anche Ethereum sta migrando verso un sistema suddiviso con Ethereum 2.0.

Come molti già sapranno, nei sistemi tradizionali, quando c’è un upgrade da realizzare sulla blockchain, è necessario ricorrere a quello che in gergo viene chiamato “fork”: il nuovo codice deve essere realizzato separandolo dal vecchio codice e tutti i nodi devono aderire di voler procedere con il nuovo codice; se non lo fanno, allora si realizza una divisione in due diverse blockchains, che non è proprio il risultato ideale. Polkadot ha realizzato un sistema di governance capace di by-passare la necessità di qualsiasi tipo di fork in queste situazioni.

Riguardo al token DOT, quando questo fu venduto inizialmente, c’erano solo 10 milioni di tokens; visto i numero piuttosto basso della fornitura, a seguito di una votazione on-chain venne deciso di aumentare il numero di DOT secondo un fattore di 100 volte, cosa che portò a passare ad una fornitura di 1 miliardo di tokens. Altra cosa importante da sapere è che la fornitura di DOT non sarà limitata, come succede per altri progetti, bensì ci sarà un’inflazione del protocollo come risultato delle ricompense assegnate ai validatori per rendere sicura la relay chain. Il target del tasso di inflazione è stato individuato in un 10% annuo, con un totale della fornitura in stake del 50%, tuttavia questo è un sistema dinamico e può essere corretto di anno in anno.

Polkadot sembra essere decisamente uno di quei progetti crypto destinati a diventare assoluti protagonisti del settore, raccoglie tutte le principali caratteristiche di un fuoriclasse, combinandole con la consapevolezza degli obiettivi da raggiungere. Aspettiamo di poter raccontare i suoi prossimi sviluppi con entusiasmo.

Mirko Catapanohttps://www.cryptoquotidiano.it
Laureato in Economia con lode, inizia a lavorare nel settore tecnologico nel 2010 co-fondando Spot IT, un'azienda di IT trading di cui è ancora socio. Consulente per aziende, start up e liberi professionisti. Imprenditore appassionato di blockchain e criptovalute, fonda CryptoQuotidiano nel 2020.

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